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Fiabe: "Il cielo sulla testa" di Arturo Forte

   
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    Proposte di lettura:

 

 


   

Cilento - Le faggete del monte CervatiArturo Forte (Olevano sul Tusciano SA, 1950) da anni è bibliotecario presso la Biblioteca Provinciale di Salerno. Gli innumerevoli incontri con il pubblico giovanile delle scolaresche hanno determinato in lui l'esigenza di proporre nuove storie da offrire ai piccoli frequentatori della Biblioteca. Nascono così: Echi del tempo del sogno, Editrice Gaia, 2003 e Racconti pagani, Editrice Gaia, 2005.

 

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Tanto, tanto tempo fa…

In un paesino dell'entroterra cilentano, stante una fredda bora che soffia tra i neri vicoli angusti, eccettuato me – che dell'ombra notturna ho fatto una compagna di vita – gli umani paiono tutti quanti serenamente addormentati.

Io cammino, amo, odio, piango e rido tra le ombre! Qui ho le mie sole memorie!

Stanotte, non fidando nell'apparente pace, nella parte ima del paese scorgo da una finestrella allumata, in uno stambugio in fondo a un vicolo, l'alta e rubizza figura di un contadino, che va su e giù come una fiera in gabbia.

Adalgiso è un uomo forte e rude, tanto coraggioso che neppure la morte sembra spaventarlo più di tanto. Sta, infatti, per mettere il collo in un solido cappio.

"Me misero!" esclama mugolando tra un passo e l'altro, come un militare che impreca nella sua garitta "Quale destino crudele mi attende domani? Mastro Taccone mi aveva avvertito un anno fa!"
E rivede la scena di quell'unica figlia, orfana di madre e sofferente di un diabete della peggiore specie, stesa sul giaciglio e a malapena riscaldata da una coperta militare.

Lui sta trattando con l'usuraio Taccone la somma per metterla in un luogo dove almeno Elvira sarà curata.

Era la vigilia di Natale di un anno prima.

"Adalgiso, io ti presto il denaro" aveva detto mastro Taccone con un fare bonario "ma, se entro il 25 dicembre del prossimo anno non mi avrai ridato la somma pattuita con i dovuti interessi, perderai la tua terra ed anche questa fogna di casa!"
"E che mi cada in testa un pezzo di cielo, se non manterrò la mia promessa!" aveva aggiunto sfregandosi le mani alla luce di una consunta candela.

Adalgiso aveva guardato la sua Elvira e lei aveva ricambiato quello sguardo con occhi pieni di dolore, che parevano dirgli:
"Non fare questo per me, lascia che me ne vada, meglio questa fine che mettere la testa nelle sue fauci."
"Coltiverò la terra e mi rifarò." egli le aveva promesso "Sai, ho pensato di lavorare di giorno nel podere e di notte a padrone, e di fare mercato anche prima degli altri."
Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Grandine in estate, gelate precoci in autunno. La natura non ha pietà degli uomini e oggi, alla Vigilia di Natale di dodici mesi dopo, il povero contadino non ha che pochi euro in tasca ed una solida fune per impiccarsi.

"Io non ci penserei due volte ad uccidermi, la fai finita e lo freghi! Con la morte si dissolve ogni legame col tuo debitore, né lui potrà prendersela con la tua piccola ammalata!"
Adalgiso stringe già tra le mani il robusto cappio destinato di lì a poco a spezzargli il collo.

Per completezza d'informazione e per aver meglio in mano il bandolo della storia, dovete sapere che mastro Taccone esercita ufficialmente il mestiere di ciabattino, mentre in realtà presta denaro a quelli che sono in difficoltà e ne incamera i beni.

E' il più ricco e spietato usuraio del circondario: una volta giunse persino a prendersi le scarpe di un morto, perché al saldo effettivo mancavano venti euro. Eppoi è un bugiardo patentato e si veste e si lamenta da fare impietosire anche un cinico incallito.

Mastro Taccone ripensa alla notte della Vigilia, mentre in fila con gli altri procede verso l'altare dell'antica basilica seicentesca per la rituale comunione:
"Stanotte sarà la tua ultima, prima del sequestro dei tuoi ben…". Però, non riesce a finire la frase perché si sente un terribile tonfo. La gente si scosta urlando da lui, accasciato per terra in un lago di sangue.

"Non farlo!" - grido allora ad Adalgiso, che ha già passato la corda sulla trave e sistemato lo sgabello lì dove tra un po' intende salire.
"E tu chi sei?" - grida il contadino alle ombre.
"Il diavolo!" - rispondo allegramente.
Adalgiso si sforza di vedermi nel buio e poi prende la stearica dal tavolaccio, uscendo a controllare la via deserta e battuta dal vento. Nessuno!
"Non ti credo. Sei il diavolo…un gran bugiardo!"
"Meno di mastro Taccone, - preciso - visto che poco fa è diventato uno dei miei inquilini all'inferno."

"Dammi una prova!" - mi chiede.

E io: "Ricordi le parole che Mastro Taccone disse un anno fa?"
"Che un pezzo di cielo mi crolli in testa, se non ti rovinerò!" precisa.

"Stanotte mastro Taccone è andato in chiesa con quel pensiero e, un istante prima di ricevere la comunione…un pezzo di affresco del Pietrafesa è venuto giù dalla volta e lo ha colpito in capo!"
"Non dirmi che è il tratto della creazione, dove Dio benedice il sole e la luna con tanto tanto di stelle attorno?" spiega il contadino.

"Proprio quello!" ridacchio "Ricordi? Per il suo restauro Don Gino aveva avuto imprestati da lui duemila euro e ne aveva restituito tremila!"
"Dicono sia andata così, le comari… e dato che ne sanno una più di te…"
"Quelle?" dico io "Che il mio ex Padre me ne scampi e liberi! Ah, quasi dimenticavo, ecco la tua cambiale!"
Un soffio di vento spinge la cambiale protestata tra le fiamme del camino.
"Debbo dirti grazie?" bofonchia Adalgiso.

"A me?" rido di cuore "Mastro Taccone me lo sono preso con gli interessi e questo è già un … ottimo Natale!"
Mi giro nel buio: "Con gli ottanta euro che hai in tasca, va' in città a trovare tua figlia!"
"In fondo non sei brutto come a volte ti dipingono" Adalgiso mi grida dietro.

"Tieniti tua figlia e la curiosità." rispondo "Goditi Elvira e l'altra risparmiala …almeno per quel che riguarda il come sono o non sono."

Dicembre, 2005.

 

 

    
               
     
     
          

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